Caccia italiani in Iraq: la 155ª Squadriglia Speciale Irak (1941)

La spedizione dei caccia italiani in Iraq del 1941 rappresenta una delle operazioni più insolite e logisticamente ardite della Regia Aeronautica durante la Seconda guerra mondiale. Inserita nel contesto della rivolta nazionalista di Rashid Ali al-Gaylani contro il controllo britannico, questa missione speciale ebbe vita brevissima ma un forte impatto operativo e politico.

Nel maggio 1941, l’Italia decise di intervenire indirettamente a sostegno del governo iracheno ribelle, creando un reparto ad hoc: la 155ª Squadriglia Speciale Irak. Il comando venne affidato al capitano Francesco Sforza e il nucleo operativo fu composto da 11 caccia biplani Fiat CR.42 Falco, affiancati da tre bombardieri/trasporti Savoia-Marchetti SM.81 e dai più capienti Savoia-Marchetti SM.82, fondamentali per la logistica della spedizione.

Il principale ostacolo non fu il combattimento, ma la distanza. Portare caccia a corto raggio fino al cuore del Medio Oriente richiese una soluzione ingegnosa: i CR.42 vennero parzialmente smontati, con le ali rimosse, e caricati nella fusoliera degli S.M.82.

Il convoglio partì da Rodi, fece scalo in una base segreta ad Aleppo (in Siria controllata dalla Francia di Vichy) per rifornimenti, e proseguì fino agli aeroporti di Kirkuk e Mosul, nel nord dell’Iraq. Qui i caccia vennero rimontati rapidamente da squadre specializzate.

Per ragioni politiche e di copertura, i velivoli furono privati dei simboli fascisti e contrassegnati con insegne triangolari nere e verdi dell’aviazione irachena.

Quando la squadriglia divenne operativa, la guerra anglo-irachena era già in una fase sfavorevole per i ribelli. Nonostante ciò, i piloti italiani entrarono subito in azione, accumulando circa 155 ore di volo bellico in un teatro estremamente instabile.

Il 28 maggio 1941 un CR.42 intercettò e abbatté un ricognitore britannico Hawker Audax nei pressi di Khan Nuqta. Nei giorni successivi si verificarono ulteriori scontri con i caccia britannici Gloster Gladiator, anch’essi biplani, in combattimenti ravvicinati e molto intensi. Le fonti italiane rivendicarono anche l’abbattimento di due Gladiator, non completamente confermato dagli archivi britannici.

Nonostante alcuni successi tattici, la spedizione si rivelò un fallimento strategico. La mancanza di coordinamento con le forze irachene e la rapida avanzata britannica resero la presenza italiana insostenibile.

A fine maggio, con le truppe britanniche ormai prossime a Kirkuk e il governo iracheno in fuga, venne ordinata la ritirata. Solo una parte dei velivoli riuscì a ripartire verso la Siria e Rodi. Un CR.42 fu abbattuto (il pilota, sottotenente Lucio Valentini, sopravvisse), mentre altri due caccia furono danneggiati e distrutti a terra per impedirne la cattura.

La breve presenza della 155ª Squadriglia ebbe però un effetto indiretto significativo: contribuì a rafforzare la convinzione britannica che la Siria di Vichy non fosse neutrale. Questo accelerò le operazioni alleate nella regione e portò, di fatto, all’avvio dell’Operazione Exporter, che culminò nella Campagna di Siria del 1941.

L’offensiva alleata, condotta da forze britanniche, australiane, indiane e dalla Francia Libera contro le truppe di Vichy, si concluse nel luglio 1941 con l’armistizio di Saint Jean d’Acre, consolidando il controllo alleato sul Levante e assicurando la stabilità del fronte mediorientale.

La spedizione dei caccia italiani in Iraq rimane un episodio emblematico di audacia logistica e fragilità strategica: un’operazione brillante sul piano organizzativo, ma incapace di incidere sugli equilibri della guerra nel Medio Oriente.